Facebook e fascisti

L’azione di Facebook non fa altro che sottolineare il nostro fallimento.  

Facebook ha eliminato le pagine di CasaPound e Forza Nuova da Facebook e Instagram, inclusi i profili di diversi esponenti e responsabili. Secondo quanto dichiarato ad Ansa, le motivazioni di Facebook sono: “le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”.

Le parole di Facebook sono molto significative: CasaPound e Forza Nuova non sono state sbattute fuori in quanto fasciste, ma perché promuovono l’odio. Lì c’è il riflesso del nostro fallimento.

Siamo in una di quelle situazioni in cui lo schifo suscitato da una delle parti in causa, i fascisti, ci fa venire la bava alla bocca e ci annebbia la vista. Finiamo con il tirare in mezzo alla discussione—senza senso—la libertà di espressione e le vignette di Popper, e ogni tentativo di ragionare sul significato di quanto accaduto e sugli scenari che apre rischia di essere letto come una difesa del diritto di parlare dei fascisti.

Mettiamo subito in chiaro un punto: è sacrosanto impedire ai fascisti di avere una possibilità di esprimersi. Ed è una cosa che abbiamo stabilito come società già da tempo, c’è una legge apposita.

Il problema qui riguarda invece il significato delle motivazioni di Facebook e i metodi utilizzati.

Facebook agisce per reazione. Basta osservare quanto accaduto negli Stati Uniti con “white supremacy”/“white nationalism”/“white separatism.” All’inizio Facebook bannava solo i primi, lasciando intatti gli altri due. Dopo aver ricevuto aspre critiche per questa divisione puramente di facciata, Facebook ha deciso di modificare le proprie linee guida della comunità bannando definitivamente anche le altre due categorie.

Facebook è come un bambino che si muove a caso cercando di non fare cadere il proprio salvadanaio: non sa fare nulla, sta muovendo i primi passi, e ogni errore commesso lo spinge a correre in fretta ai ripari.

Le sue linee guida per la comunità sono un oggetto talmente malleabile che sembra impossibile possano tenere insieme due miliardi di utenti dispersi negli angoli più diversi del mondo. Per ogni nuova critica o problema, riescono ad inserire un nuovo punto che giustifichi la rimozione di un determinato contenuto.

Uno dei motivi per cui supinamente accettiamo tutto ciò è la falsa dicotomia che vede un digitale e un reale completamente distaccati l’uno dall’altro. Questo è l’unico modo per cui riusciamo ad accettare il fatto che una società privata stia cercando di reinventare la ruota da capo: abbiamo già delle norme a regolare la nostra convivenza civile, non dobbiamo appellarci al senso civico di un’azienda statunitense. 

Come società abbiamo già stabilito delle sedi e dei limiti opportuni da non superare. Non accettiamo la presenza di fascisti. L’azione di Facebook non fa altro che sottolineare il nostro fallimento.  

Sappiamo come dovremmo agire ma non l’abbiamo fatto. In questo modo stiamo facendo una concessione enorme a Facebook: in un attimo è diventato il paladino della libertà di espressione, avendogli concesso lo spazio di manovra che le nostre istituzioni non sono riuscite a colmare. 

Questa passerella inaspettata per Facebook rischia però di trasformarsi anche in un enorme punto debole: appurato che, con la giusta pressione, le linee guida di Facebook sono un oggetto non del tutto formato, partiti e governi possono iniziare subito ad accanirsi con stupide richieste di bloccare “l’odio online” prevedendo leggi ad hoc—che sembrano essere già pronte.

Negli Stati Uniti sono già almeno due anni che si stanno confrontando più concretamente con questo dilemma: utilizzare il deplatforming e la regolamentazione dei luoghi pubblici digitali per bloccare la diffusione dell’hate speech e dei neo-nazi. 

Nel 2017 il CEO di Cloudfare, azienda che fra le altre cose offre diversi tipi di servizi per il funzionamento dei siti web, aveva sbattuto fuori il sito Daily Stormer—neo-nazi e suprematisti bianchi—perché, come spiega in un’email ai suoi dipendenti, “Letteralmente, mi sono svegliato di cattivo umore e ho deciso che qualcuno non avrebbe dovuto essere autorizzato a stare su Internet. Nessuno dovrebbe avere questo potere.”

La sua è stata una decisione arbitraria che non ha seguito alcun principio di coerenza e trasparenza. Azione che è stato chiamato a compiere nuovamente nel caso di 8chan giusto un mese fa.

Nel post riguardo le spiegazioni, il CEO di Cloudfare torna nuovamente a sottolineare come queste azioni creano uno squilibrio di potere tra un’azienda privata e un governo: “Cloudflare non è un governo. Mentre abbiamo avuto successo come azienda, ciò non ci dà la legittimità politica di prendere decisioni su quali contenuti siano buoni e cattivi. Né dovrei essere io a farlo. Le domande sul contenuto sono vere questioni sociali che necessitano di soluzioni politicamente legittime.”

Ovviamente il deplatforming funziona, togli l’ossigeno e costringi all’angolo chi non dovrebbe avere il diritto di parlare. Però questo deve spingerci a riflettere sul come regolare correttamente tutte queste vuote parole che ci piace utilizzare quando parliamo della rete. 

Come definiamo l’hate speech? Quali sono le procedure che un social network dovrebbe applicare a tali contenuti? Tutti i social network dovrebbero agire allo stesso modo? Quali sono le modalità per fare ricorso da parte degli utenti nel caso di errori? Che tipo di livello di trasparenza e coerenza c’è per i processi messi in atto dalle piattaforme? Abbiamo effettivamente chiaro in mente il pericolo concreto rappresentato dall’hate speech? Sappiamo di cosa stiamo parlando?

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *